A Marsala c’è un detto: «Se hai troppa voglia di lavorare, vai a San Pantaleo, siediti su una pietra e aspetta che ti passi». Oggi l’isola di San Pantaleo ha cambiato nome, è diventata Mozia, ma nella sostanza nulla è cambiato.
Perché sembra che l’aria, su quel verde miraggio di terra emersa, così piccina e affogata in una laguna calda e densa di alghe e di sale, sia impregnata di essenze che stordiscono, ammaliano, inducono a fantasie quiete e sensuali. Gli effluvi marini, abbracciando le rive di Mozia, si sciolgono nell’aroma dei pini, degli oleandri e dell’arenaria cotta al sole; i ciuri ri ficu r’innia – i fiori dei fichi d’india, dal delicatissimo profumo – che qui abbondano, venivano somministrati anticamente, sotto forma di tisana, dalle mamme sfinite ai picciriddi inquieti e insonni, per vederli finalmente sprofondare nel mondo dei sogni. E nel silenzio profondo, in cui vibrano i suoni del vento, le voci si perdono come echi lontani.
Qui venne Giuseppe Garibaldi, il 20 luglio del 1862, a cercare qualche ora di pace e di oblìo prima di lanciarsi nella nuova avventura: la conquista di Roma. Due anni prima aveva colto il trionfo, sbarcando a Marsala. Ora sperava – invano, come Aspromonte insegna – di vincere in un’impresa ancor più clamorosa, ripartendo dalla stessa città che gli aveva portato così grande fortuna. Il 19 luglio, a Marsala, gridò insieme al popolo: «O Roma, o morte!». Ma il giorno dopo sentì il desiderio di visitare Mozia. Pranzò in una povera casa di contadini, dissetandosi col vino forte ambrato e deliziandosi col pane nero intinto nel sugo della pasta cu ll’agghia.